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Appello Rete NoOcse



Dal 12 al 15 di giugno 2000 si terranno a Bologna le riunioni dei ministri dell’industria e incaricati delle Piccole e Medie Imprese dei paesi membri dell’ OCSE e la Conferenza Ministeriale organizzata dal Ministero dell’Industria italiano e dall’OCSE.

L’ OCSE (organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) raggruppa 29 paesi, ed è meglio nota come ‘’Club dei ricchi’’. Le sue finalità, implicite ed esplicite, sono: abolire le barriere doganali ed i vincoli legislativi che impediscono la libera circolazione dei capitali; rendere competitive le imprese dei singoli territori, affinché le lobbies padronali dei paesi ricchi si possano appropriare delle risorse a livello planetario: dalle merci al lavoro, in tutte le loro forme. E così facendo, indurre un’ulteriore pauperizzazione delle categorie svantaggiate del nord, con una esasperazione della flessibilità e della precarietà di chi lavora, sottoposto al ricatto della disoccupazione; ma soprattutto affamando e distruggendo il sud e l’est del mondo.

Il convegno di Bologna tratterà della Piccola e Media Impresa e ha l’obiettivo di incentivare, con il sostegno dello stato, la tendenza a ridimensionare la produzione nelle grandi aziende a favore delle piccole e medie. Le piccole e medie imprese non sono un’alternativa alle grandi, non solo perché le scelte strategiche sono decise dalle multinazionali, ma anche perché va avanti il processo di integrazione fra grandi e piccole, nella forma tradizionale del decentramento e in quella dell’azienda a rete. E’ stata scelta l’Italia perché la piccole e medie imprese pesano di più rispetto agli altri paesi industrializzati. Si è scelta Bologna perché è in Emilia Romagna che si possono presentare, come modelli, varie forme di questa produzione decentrata e integrata (fra gli altri i distretti). Il modello delle piccole e medie imprese interessa i padroni perché il salario è più basso, le garanzie sulla sicurezza e i diritti sindacali sono minori o assenti del tutto, la flessibilità della produzione è altissima e spesso selvaggia. Al termine del convegno verrà deliberata una “Carta di Bologna” delle piccole e medie imprese, dettata direttamente dai padroni ai governi.

Nessuno potrà invece rappresentare i lavoratori, né tanto meno i disoccupati e
i precari.
Questo la dice lunga sulla trasparenza e la democraticità di certe istituzioni.
Così come si integra la produzione fra grande e piccola impresa devono integrarsi i diritti (salario, diritti sindacali, sicurezza, tutela dal ricatto dei licenziamenti) e devono essere uguali e al livello più alto per tutti, eliminando quella differenza in negativo che favorisce lo spostamento della produzione dalla grande alla piccola impresa.

I lavoratori devono far sentire la propria voce.

L’OCSE e il WTO sono organizzazione internazionali antidemocratiche ed arbitrarie, in quanto operano al di fuori del controllo di chi ne subisce le conseguenze tali organismi agiscono nell’assoluta mancanza di trasparenza e utilizzano (anche) la guerra per difendere i loro interessi economici. Inol tre, si servono delle i st ituzioni poli tiche locali, nazionali ed internazionali per attuare il loro progetto neoliberista.
Qualcuno ne difende strenuamente il ruolo e la funzione, qualcun altro ritiene, più laicamente, che debbano
essere “democratizzate“ e modernizzate.

Per quel che riguarda noi, crediamo semplicemente che tali organismi non abbiano alcuna legittimità, ed è per questa ragione che abbiamo scelto di impedire loro di parlare a Bologna, come è stato a Seattle nel dicembre scorso.

DIRITTO UNIVERSALE DI CITTADINANZA

Quel che la società civile vuole sia globalizzato nel terzo millennio sono i diritti di cittadinanza, non la “facoltà di competere con successo” come qualcuno vorrebbe, immiserendo le vite e le risorse del pianeta: diritti di cittadinanza universali, appunto, intesi come diritto a muoversi liberamente; diritto a vivere in un ambiente sano nel quale mangiare cibi che non siano geneticamente modificati; diritto al reddito, oltre e contro il ricatto di un lavoro precario e non garantito; diritto all’informazione e diritto alla formazione, libera e gratuita; diritto ad una migliore qualità della vita.

Il romanzo di fine secolo ha narrato l’abbattimento delle frontiere per mercati e capitali, mentre si ergevano barriere invalicabili atte a respingere i vissuti e i desideri di milioni di migranti; ha illustrato l’emancipazione della donna attraverso l’approssimazione al modello maschile; ha raccontato di come la competizione rappresenti un valore ed i diritti sociali una spesa da contenere, ha spiegato che nel mondo tutto è in vendita mentre quel che non è in vendita è fuori dal mondo, ha sottolineato gli aumenti di produttività determinati dall’introduzione delle nuove tecnologie e ha inserito in note a piè di pagina la fisiologica riduzione delle opportunità di reddito, mentre andava evidenziata con caratteri cubitali la necessità di ridurre il tempo di lavoro e redistribuire la ricchezza socialmente prodotta.

Per il secolo che viene va scritto un romanzo collettivo nel quale i campi lager per migranti clandestini siano ricordo di un tempo triste in cui i mari e le frontiere grondavano di sangue e di vergogna; nel quale l’autonomia economica della donna si coniughi con il diritto di disporre liberamente del proprio corpo, della propria vita, della propria sessualità; nel quale opporre alla competizione fra le imprese la potenza produttiva della cooperazione sociale; nel quale eguali diritti per tutte e tutti prefigurino un modello di sviluppo diverso e opposto a quello che abbiamo conosciuto e odiato.

Alla forma unilaterale di globalizzazione che tenteranno di scrivere in giugno sulla “Carta di Bologna” intendiamo contrapporne un’altra più complessa, più plurale, più sociale, che si esprima in uno spazio pubblico di dissidenza critica ancora più aperto ed esteso di quello che si è costituito in città in questa fase preparatoria.

Uno spazio pubblico nel quale sperimentare una nuova socialità, opposta alla new economy, estesa dal locale al globale attraverso lo spazio intermedio delle metropoli europee, per affermare una nuova cittadinanza aperta.

Vorremmo che ad inaugurare l’estate bolognese fosse un trionfo di questa socialità ed infatti, per quel che riguarda le forme della contestazione intendiamo riaffermare che siamo consapevoli di abitare un corpo sociale e planetario virtualizzato e cybernizzato, ma nello stesso tempo, di avere un corpo nel senso antico dell’ “habeas corpus” cioé di poter disporre di noi stessi, di avere dei diritti, di poter mettere in gioco i nostri corpi. Un corpo fatto di desideri e bisogni che intendiamo soddisfare. Un corpo complesso fatto di culture emozioni e saperi che resta ancora la misura delle felicità, delle paure, della gioie, della trasformazione della realtà.
Ma non abbiamo solo un corpo singolare, abbiamo anche un corpo comune da abitare e vivere che è il pianeta.
Tutto questo è riproducibile ma solo in forma di copia. Noi vogliamo rimanere originali e incrociati e vogliamo abitare in un mondo originale ed incrociato, pur sostenendoci sulle tecnologie e su una pluralità di culture.

Sappiamo che gli uomini ragionevoli si adattano al mondo mentre quelli irragionevoli pretendono di adattare il mondo a se stessi. Ma è per questa ragione che ogni progresso e ogni cambiamento dipendono da uomini irragionevoli.

Somos todos ciudadanos del mundo.


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