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Bologna, 21 Febbraio 2000



Via Mattei: Un lager da "Unità Nazionale"



Ci siamo, anche a Bologna fervono i preparativi per avere belle e pronto, entro un anno, un Centro di Permanenza Temporanea (CPT) per Immigrati clandestini in attesa di espulsione. La sede è stata individuata, come recita la delibera che dobbiamo discutere e che, sicuramente approverete, in una struttura "ritenuta idonea per dimensioni, isolata ai margini della città: si tratta dell’ex caserma Chiarini di via Mattei.
Una struttura che, come alcuni di voi hanno detto, ha un impatto "sociale" minore da quello dell’ex Polveriera
di via Roncrio. L’anno scorso contro l’individuazione di quel sito ci fu una campagna della destra, a tutela del proprio elettorato benestante del quartiere Colli. Il consigliere Cevenini protestò vivacemente perché si rischiava di violare i confini della Casa di cura privata che dirige.
Oggi Via Martelli, invece, va bene a quasi tutti. Il Quartiere San Vitale dice: "OK mettetelo pure nell’ex Caserma Chiarini, ma premiate la nostra "responsabilità civica" costruendoci le strutture sociali e sportive che da tanto tempo aspettiamo".
La liberatoria per questa decisione venne approvata con una riunione straordinaria della Giunta Vitali il 12 giugno 1999, ben 24 ore prima delle elezioni. Poi, il 16 agosto 99, con un decreto congiunto del Ministero degli Interni, del Ministero degli Affari Sociali e del Ministero del Tesoro veniva ratificata la nuova destinazione. Il 13 settembre 99, il nuovo sindaco Guazzaloca sottoscriveva un Protocollo d’intesa con la Prefettura, il Ministero delle Finanze e il Ministero della Difesa.
L’iter politico-amministrativo dunque è perfetto, anche il passaggio di testimone tra Vitali e Guazzaloca è degno dei migliori stafettisti da 4X100.

Oggi, dunque, possiamo decidere della vita di tante persone con la stessa preoccupazione con cui solitamente un caffè.

Tutto ciò è pazzesco. E’ pazzesco che, in quest’aula, solo uno sparuto gruppo di consiglieri sia pervaso dal dubbio che questa struttura sia legittima.
E’ pazzesco, che tutto quello che è successo in questi mesi in Italia nei cosiddetti Centri di Permanenza Temporanea, lasci nella totale indifferenza la stragrande maggioranza di questo Consiglio Comunale.
A questa "indifferenza" il Gruppo di Rifondazione Comunista cercherà di dare qualche scossone. Probabilmente Voi oggi approverete questa delibera, ma questo provvedimento ve lo dovrete sudare.
Sono parecchi giorni che, insieme alle segretarie del nostro gruppo, stiamo preparando un bel pacchetto di ordini del giorno che serviranno a sostenere questa nostra presa di posizione politica.
Noi la questione l’abbiamo presa "seriamente", da diversi punti di vista: i temi che proponiamo non sono strumentali solo all’allungamento dei tempi di discussione.
Abbiamo evidenziato tutte le ragioni affinché, per una volta, si usasse il buon senso nel decidere su un provvedimento amministrativo che andrà ad incidere sulla vita di tante persone. Sono stati elencati tutti i soprusi, le aberrazioni, il degrado che diversi mesi di attività di questi centri hanno prodotto.
Ponte Galeria, Serraino Vulpitta, Via Corelli, per quanto tempo ci ricorderemo di questi nomi? Sono i luoghi dove, durante le feste natalizie, si sono verificati episodi gravissimi. A Ponte Galeria (Roma), si è prodotta l’ennesima tragedia: un tunisino di 39 anni, detenuto anche se in possesso del permesso di soggiorno, è stato letteralmente lasciato morire, nonostante le richieste di assistenza e cura di cui aveva bisogno. A Serraino Vulpitta (Trapani), dopo una rivolta contro le condizioni inumane a cui erano costretti a vivere, quattro immigrati "ospiti" del Centro sono morti carbonizzati dal fuoco che loro stessi avevano appiccato per protesta.
Insieme a questo, Vi abbiamo voluto informare su quello che sta avvenendo nel nostro paese contro queste strutture inumane: le prese di posizione di personalità, associazioni di volontariato, esponenti sindacali. Anche a livello istituzionale qualcosa si sta muovendo: il Consiglio Comunale di Empoli ha approvato un ordine del giorno (votato da Prc e maggioranza di centro-sinistra) in cui viene espressa una ferma opposizione contro la decisione della Regione Toscana di aprire Centri sul proprio territorio, proponendo pure la modifica dell’articolo 12 della Legge 40 del 6 marzo 98 (Turco-Napolitano) con cui si istituiscono i CPT.
A Bologna, invece, un vasto arco di amministratori pubblici (che va da AN, Forza Italia, La Tua Bologna, Governare Bologna, Ds, Asinello) sembra non farsi influenzare da nessun dubbio o ripensamento: bisogna andare avanti a tappe forzate.

 

 

VOGLIAMO CONOSCERE IL PROGETTO VERO
Dopo il passaggio in Consiglio Comunale, la delibera su via Mattei passerà in Regione, nell’aula di Viale Aldo Moro.
Anche se questa è un opera dello Stato non soggetta a concessione edilizia, occorre un parere di conformità urbanistica da parte delle Regione, parere che dovrà essere rilasciato entro il 15 marzo, data prevista per la gara d’appalto. Una gara che sarà a "licitazione privata al massimo ribasso con anomalia". Essendo un’opera segretata, il numero delle imprese sarà limitato. La data di inizio ai lavori è prevista nel mese di aprile. Sono già pronti 10 miliardi per la ristrutturazione.
Esiste già il parere favorevole della Commissione Edilizia che, a quanto ci è stato detto, è stato espresso sugli aspetti architettonici degli interventi previsti sui 5000 mq coperti, ma non sugli strumenti e sulle strutture che verranno realizzati per i controlli e la sicurezza.
Il progetto e i relativi elaborati che sono stati presentati nella Commissione comunale Urbanistica e Assetto del Territorio di venerdì 11 febbraio riguardavano solo il corpo centrale della struttura, risulta pertanto impossibile comprendere come sarà organizzata la vita e la gestione all’interno del prossimo Centro di Permanenza Temporanea di via Mattei.
L’intervento di "recupero funzionale", illustrato sommariamente nella delibera che dovrà essere approvata dal Consiglio Comunale, prevede la realizzazione di opere di ristrutturazione edilizia per consentire l’adattamento degli edifici esistenti alle nuove destinazioni d’uso che comportano la presenza di "alloggi controllati per gli stranieri ospitati nel complesso", locali di servizio per l’assistenza sanitaria e legale ed alloggiamenti ed uffici per il personale di servizio.
Nessuno, però, rappresentanti della Prefettura o del Ministero degli Interni, è venuto nella Commissione consiliare a presentare il progetto del CPT, si tratta perciò di ratificare un vero e proprio "assegno in bianco".
Noi, invece, siamo venuti a conoscenza di alcune caratteristiche strutturali del nuovo Centro che non possono non allarmarci.
Si è detto, da più parti (da chi caldeggia l’iniziativa) che il Centro di Bologna sarà diverso da quelli fino ad ora aperti in altre città italiane, si farà molta più attenzione alle condizioni di vita di coloro i quali, eufemisticamente, vengono chiamati "ospiti".



E’ UN CARCERE… E DEI PEGGIORI

Noi, invece, sappiamo che il progetto su cui stanno lavorando prevede stanze con sei letti ciascuno, al cui interno non c’è molto altro spazio se non quello di rimanere sdraiati sulle brande. Dal punto di vista igienico-ambientale, questo potrebbe passare se l’immobile fosse destinato a struttura detentiva (a carcere), ma se di questo non si tratta (come, almeno formalmente, dichiarano), allora va denunciato che i parametri igienico-ambientali per fabbricati che hanno lo scopo di "ospitare" delle persone non saranno rispettati.
Queste stanze hanno come unico punto luce naturale la porta di ingresso che, però, vede sorgere davanti un muro e, quindi, si dovrà fare ricorso continuamente all’illuminazione artificiale.
Ogni stanza sarà collegata con un cortiletto di dimensioni simili a quelle della camera, circondato per il suo perimetro da una rete alta circa 3 metri e mezzo. Gli "ospiti" passeranno la stragrande maggioranza delle ore della loro giornata all’interno di questo spazio angusto. Dato, però, che i cortili non sono coperti, nelle giornate piovose o fredde (a Bologna 6 mesi all’anno) dovranno stare dentro la stanza, cioè stesi sul letto.
Tutt’attorno al fabbricato dove sono alloggiati gli immigrati correrà un camminatoio "protetto", rispetto all’area verde che circonda il "corpo coperto", con una cancellata continua, situata su un muro perimetrale, con un’altezza complessiva attorno ai 4 metri e mezzo, con la punta delle inferriate ripiegate, alla loro estremità verso l’interno, per sconsigliare eventuali propositi di fuga.
Da questo recinto gli immigrati potranno uscire due volte al giorno per essere accompagnati, secondo turni, da agenti polizia alla mensa collettiva che si troverà in un corpo esterno al fabbricato centrale.
Anche eventuali attività ricreative (che dovrebbero trovare "ampio spazio" nell’area di 15 mila mq che si trova al di là della cancellata) si limiterebbero, in realtà, all’utilizzo di un campo da calcetto in cemento ( e non quindi i due campi da calcio in erba strombazzati nel corso della commissione consiliare), in cui a turno, potrebbero accedere non più di 10/12 immigrati, naturalmente scortati e controllati da agenti di polizia. E’ nella concretezza delle cose che queste "attività ricreative" dipenderanno molto dall’organico del personale di polizia predisposto al controllo, pertanto è facilmente ipotizzabile che queste attività saranno limitate al massimo. Attorno a tutto questo "ben di dio", ci sarà naturalmente il muro di cinta esterno, limitato agli angoli da quattro belle "torri/faro" che, si dice, potranno raggiungere l’altezza di 15/20 metri.
Se questo non è un carcere, ditemi voi di cosa si tratta? Forse di una prigione?
Almeno tutti quelli che lo invocano a gran voce dovrebbero avere il coraggio delle loro azioni e, quanto meno, dovrebbero chiamarlo per quello che effettivamente è e non con quell’ipocrita definizione di Centro di Permanenza Temporanea.



PERCHE’ LO CHIAMIAMO LAGER

Anche via Mattei, dunque, per le soluzioni edilizie prescelte, per il tipo di vigilanza cui saranno sottoposti gli internati, per l'immagine che comunicherà, sarà un vero e proprio campo di detenzione, nel quale all'immigrato irregolare, in attesa di espulsione, verrà applicato un regime assai simile a quello che un tempo veniva riservato ai prigionieri di guerra: stranieri catturati sul proprio territorio; presenze ostili da trattare come "nemici"; soggetti pericolosi da sorvegliare e punire.
Sul piano giuridico, poi CPT hanno mostrano palesi violazioni costituzionali e dei diritti fondamentali dell’uomo, come la mancata previsione dell’obbligatoria presenza di un difensore all’udienza di convalida del provvedimento di trattenimento presso il centro (negazione dell’art. 24 comma II della Costituzione) o la permanenza coatta nel centro come se la clandestinità fosse considerata nel nostro ordinamento giuridico un reato penale (violazione dell’art. 13 comma II della Costituzione).
Quando noi chiamiamo i Centri di permanenza temporanea lager, non intendiamo confonderli con i nomi, tristemente noti, di Buchenwald, di Dachau e, tanto meno, con quello di Auscwitz e degli altri campi di sterminio. Lo facciamo perché l’esistenza di un posto in cui la pratica della privazione arbitraria e illegittima delle libertà delle persone diventa la regola, segnala il venir meno del sistema dello stato di diritto. Questo non ci può non allarmare, anche perché furono queste le caratteristiche con cui nacquero i campi di concentramento.
I disagi, le paure e le incertezze provocate dallo sviluppo economico, sociale e politico di questo decennio sono noti. Le analisi, condotte con rigore e onestà intellettuale, mostrano che essi sono innanzitutto il prodotto di un processo di destrutturazione violenta e rapida dell’assetto economico e sociale tradizionale. Se é vero che alcuni immigrati possono essere percepiti come responsabili di disagi e insicurezze, é innanzi tutto palese che essi sono tra le prime vittime dell’attuale sviluppo economico dominato dal cosiddetto liberismo violento. La popolazione italiana e gli immigrati che effettivamente sono affetti dal disagio e dall’insicurezza hanno, innanzitutto, bisogno di risposte sociali: protezione rispetto alla violenza del lavoro nero o precario, rispetto all’insicurezza nei luoghi di lavoro, rispetto ai bisogni sanitari, rispetto alla necessità di un alloggio decente, rispetto al bisogno di socialità e convivialità.
Questi Centri sono il sintomo di una concezione politica, comune all’Italia e all’Unione Europea, che nella gestione dell’immigrazione tende a creare invalicabili barriere tra coloro che godono dei diritti e coloro che, perché nati altrove, non possono godere nemmeno del diritto alla libertà.
Questa divisione tra un mondo di persone e un mondo di non-persone, così come il fatto che essa si regga non sugli atti compiuti dai singoli, ma sulla loro nascita, è inaccettabile.
Considerate che qualunque cittadino europeo e degli altri paesi dominanti può viaggiare liberamente in qualsiasi paese africano, mentre un cittadino senegalese deve dimostrare di essere ricco quanto un europeo per entrare in Europa. Chi non è cittadino dei paesi dominanti o non è dominante nei paesi poveri non ha diritto alla libera migrazione e perciò non è persona libera.
E' inaccettabile che uomini e donne - "persone"- la cui unica colpa è quella di aver tentato di sfuggire alla miseria, alla fame, forse alla morte attraverso l'antico strumento della migrazione, siano considerati, per ciò, alla stregua di criminali. E' inaccettabile che il diritto naturale alla sopravvivenza sia rovesciato in un"reato". E' inaccettabile che nel cuore delle nostre città si elevino questi monumenti all'avarizia, all'estraneità e all'ostilità etnica.
Si tratta di un’offesa alla coscienza civile e, soprattutto, a quella sensibilità multietnica che dovrà inevitabilmente caratterizzare la "società che viene". Va cancellata dal nostro panorama sociale l'immagine dell'immigrato come "nemico" o come "prigioniero".
Per questo i Centri di permanenza temporanea vanno denunciati per quello che realmente sono. Per questo bisogna lottare per l’immediata chiusura di quelli già esistenti. Per questo occorre mobilitarsi, mettendo a disposizione oltre alle nostre menti, anche i nostri corpi, per impedirne l’apertura di nuovi, tra cui quello di Bologna.

Valerio Monteventi



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