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Il Resto del Carlino (27/02/02)
«Da mesi chiediamo rinforzi»

Lo sapevano che sarebbe successo, e per questo a Roma nelle ultime settimane Prefettura e questura di Bologna l'avevano chiesto a più riprese... 'dateci gli uomini e dateceli in fretta, altrimenti...'.
Altrimenti è finita come tutti sanno, venerdì scorso i no-global hanno fatto irruzione e devastato il cuore di quella che una volta era la caserma Chiarini e che ora diventerà il centro di permanenza temporaneo destinato agli extracomunitari clandestini in attesa di espulsione.
I danni dell'incursione annunciata da Casarini e i suoi ammonta a varie centinaia di milioni. «Abbiamo smontato tutto pezzo per pezzo — ha dichiarato ieri Casarini — il centro è fuori uso...». E in effetti da una prima stima effettuata ieri mattina dal viceprefetto Matteo Piantedosi e dal responsabile del cantiere di via Mattei la stima delle 'perdite' si avvicina al mezzo miliardo. Eppure al contrario di quanto sbandierato al vento da Luca Casarini, il coordinatore dei centri del Nord-Est, pare proprio che il centro aprirà i battenti a febbraio, come previsto.
«I danni sono seri — ha detto soltanto Matteo Piantedosi — ma contiamo di rispettare comunque le scandenze di calendario. Non appena il cantiere verrà dissequestrato i lavori riprenderanno e nel giro di poche settimane tutto tornerà come prima... hanno buttato gesso e silicone dappertutto, speriamo di levarli senza dover spaccare in ogni dove...».
Fin qui le dichiarazione ufficiali, per il resto la Prefettura non apre bocca e così fa la questura. Ma è proprio andando per i corridoi del Palazzo del Governo che arriva, ad esempio, la riposta alla domanda che tutti in città si sono fatti. Ma se il centro era prossimo all'apertura, perchè non era sorvegliato adeguatamente? Se il blitz dei no-global era stato praticamente annunciato, perchè l'unica presenza sul posto era una striminzita pattuglia di polizia?
Perchè Roma non ha mai mandato quegli uomini, richiesti da tempo, indispensabili al controllo della struttura. Un centro pensato per funzionare come un carcere ma realizzato come fosse una sorta di albergo, ad esempio senza un muro di cinta degno d'essere chiamato tale.
«La Prefettura — sussurra un funzionario — ha sollecitato più volte il Ministero, ma la forza non è mai arrivata e abbiamo fatto 'sta bella figura... pazzesco... Per sorvegliare il centro di temporanea permanenza occorrono almeno venticinque uomini per turno, avete idea di che vuol dire? O a Roma capiscono che Bologna è una piazza calda, al pari di Genova, di Assisi, oppure è inutile che ci prendiamo in giro».
A febbraio, sia come sia, l'ex caserma Chiarini riaprirà i battenti e da qui ad allora, quando la forza di difesa si spera sarà al completo, la Prefettura ha in mente un piano di difesa differente. Oltre alla presenza esterna si sistemerà un nucleo di 'guardiani' proprio all'interno del cuore del centro di permanenza, l'obiettivo preferito dai no-global. Insomma, dato che il perimetro risulta essere scarsamente difendibile la struttura sarà sorvegliata dal suo ventre.
«E' una questione politica — dice il solito funzionario prefettizio arrabbiato — vogliono un carcere che non assomigli a un carcere, ma come si fà a sorvegliare un colabrodo? Perchè non ci fanno un bel muro perimetrale alto cinque metri e largo uno? Tranquilli che così non passerebbe nessuno...». di Biagio Marsiglia

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Il Resto del Carlino (27/02/02)
«Parlamentari come fiancheggiatori»

«Bisogna dire basta alla cultura dell'illegalità e ai fiancheggiatori che sedendo in Parlamento si rendono loro complici condividendo la responsabilità morale oltre che politica di gravi atti vandalici e di violenza».
Sono parole dure quelle pronunciate da Gianluigi Magri, senatore del Ccd, 24 ore dopo l'invasione no-global nell'ex caserma Chiarini, trasformata in centro di permanenza temporanea per extracomunitari in attesa di espulsione. A Magri non è affatto piaciuto vedere in mezzo alla bagarre alcuni deputati (Paolo Cento, dei Verdi e Titti de Simone di Rifondazione comunista). Gli stessi che peraltro hanno già preannunciato un'interrogazione parlamentare sulla vicenda.
«Sia chiara una cosa — precisa Magri — perchè questi fatti non si ripetano devono essere individuati e puniti i responsabili dell'illegalità commessa in via Mattei, a cominciare dalle connivenze politiche che permettono questi atti di violenza». Il senatore casiniano poi, pur non rinunciando ad un richiamo alle forze dell'ordine («Sarebbe utile fare una maggiore opera di prevenzione»), esprime la propria «piena solidarietà agli agenti di polizia feriti e a tutti coloro che ancora una volta devono difendere la cittadinanza dalla violenza».
A Magri, nella denuncia politica degli episodi di venerdì, si associa anche Galeazzo Bignami, capogruppo in Comune di Alleanza nazionale. E anche le sue parole suonano severe. «L'ultrasinistra extraparlamentare ha gettato la maschera — dice Bignami — sono dei violenti che non accettano le scelte delle istituzioni democratiche, di qualsiasi colore siano dal momento che il centro che hanno demolito era stato voluto da un governo di sinistra». «L'unico scopo — aggiunge il consigliere comunale — di chi si è introdotto nel centro di permanenza temporanea, che personalmente spero venga nuovamente reso agibile, era commettere un'azione violenta, finalizzata a fare danni. Solo questa è la chiave di lettura che si può dare a quanto è accaduto»
Per l'esponente del partito di Fini, che preannuncia un suo duro intervento domani durante l'assemblea di palazzo d'Accursio, tutta la comunità dovrebbe condannare tali comportamenti. «Chiederò che il Comune — precisa Bignami —, almeno per quello che gli compete, si costituisca parte civile. Confido nell'operato della magistratura affinché accerti le responsabilità di chi venerdì ha compiuto il raid distruttivo. Responsabilità che, ne sono certo, si sommano ad altre responsabilità. Dal momento che non mancavano in mezzo agli scontri con le forze dell'ordine anche dei volti noti, mi muoverò affinché nelle sedi competenti si possa avviare un'azione civile per recuperare quei soldi necessari per la ricostruzione del centro».
Infine, il consigliere comunale, che insieme al suo partito aveva attivato una raccolta di fondi da destinare agli agenti feriti durante le contestazioni contro il G8 di Genova, rinnova la propria fiducia all'operato della Questura. «Hanno fatto il loro lavoro — chiarisce — difendendo l'ordine pubblico in un momento critico. Mi dispiace molto per i feriti ai quali vorrei esprimere la piena solidarietà di Alleanza nazionale». di Raffaello Bolognesi

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Il Resto del Carlino (27/02/02)
Leader e seguaci, ecco le accuse

Luca Casarini, il condottiero dei 'disobbedienti' andati all'assalto dell'ex caserma Chiarini, in via Mattei, è il primo della lista, anzi è l'apripista degli indagati nel fascicolo aperto in procura da Luigi Persico e subito assegnato al sostituto Antonio Rustico.
I reati ipotizzati per Casarini e i soci no-global sono occupazione abusiva di edificio pubblico e danneggiamento aggravato di pubblico ufficio, reati per i quali l'arresto è facoltativo.
«Non lasceremo nulla al caso — ha spiegato ieri il procuratore Persico — quello che è successo è un fatto molto grave ed ogni posizione sarà vagliata con attenzione. Dalla Digos attendiamo un rapporto dettagliatissimo». E in realtà la Digos, che nella mattinata di ieri ha ricevuto la lettera ufficiale dalla Procura, è già a un buon punto del suo lavoro: ha provveduto a denunciare trenta persone e ne ha identificate altre venti. Altre ancora, attraverso il numeroso materiale fotografico e cinematografico, verranno identificate e, in base al ruolo recitato venerdì pomeriggio, eventualmente verranno messe sotto inchiesta.
Molti degli occupanti finiti nelle cineteca della polizia scientifica sono giovanotti anti global provenienti dai centri sociali del Nord-Est, specialmente del Veneto, e per dare a tutti nome e cognome occorre un po' di tempo.
Dalla Digos in ogni caso la procura vuole sapere anche dell'altro, ad esempio una ricostruzione dei fatti sin dal giorno prima dell'assalto. Si vogliono conoscere anche i nomi dei funzionari impegnati venerdì in via Mattei, si vuole sapere come era stato organizzato il servizio, quale vigilanza era stata predisposta visti gli episodi precedenti di manifestazioni contro il centro di permanenza e visto che l'iniziativa di venerdì scorso era stata in qualche modo preeannunciata.
Inoltre, il procuratore Luigi Persico ha chiesto un monitoraggio rapido per conoscere la posizione di coloro, tra i 'disobbedienti', che sono venuti da fuori: interessa sapere se fossero stati sottoposti a misure di osservanza, e in particolare si vuole conoscere se il loro leader, Luca Casarini, fosse per caso sottoposto a misure speciali di prevenzione. Chiarezza si dovrà anche fare sul ruolo dei parlamentari presenti durante il blitz.
Mentre l'inchiesta avanza a grandi passi è invece oramai al termine la conta dei feriti. Quello più grave è un poliziotto del 113, guarirà in dodici giorni, mentre sono in tutto quattordici gli uomini delle forze dell'ordine che hanno riportato lesioni. Una manciata in più i feriti contati sull'altra sponda, per lo più 'disobbedienti' marchiati da un manganellata in testa.
«Noi avanzavamo a mani nude — fanno sapere i no-global — è la polizia che ci ha deliberatamente aggredito e picchiato. Hanno preso le botte pure i parlamentari...».
L'inchiesta, ovvio, chiarirà anche questo delicato passaggio, ma pare proprio che le forze dell'ordine siano intervenute con una carica nel momento in cui i 'dosobbedienti' cercavano di svignarsela in massa dal centro evitando l'identificazione.
Biagio Marsiglia


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Il Resto del Carlino (26/02/02)
«L'occupazione è un errore»

«La protesta e la manifestazione delle opinioni sono sempre legittime, ma ritengo sbagliata la scelta di forzare e occupare il Centro di via Mattei, con i problemi che questo ha comportato. Detto ciò, ribadisco quanto ho già dichiarato: occorre un chiarimento sul ruolo che questa struttura deve svolgere nella realtà bolognese e regionale, in un quadro legislativo che la motivava (Legge Turco-Napolitano) e che il Governo intende modificare». Così il presidente della Regione Vasco Errani ha commentato quanto successo ieri mattina in via Mattei. Il blitz guidato da Luca Casarini, leader delle Tute Bianche, e portato avanti da una sessantina di giovani ribattezzati i «disobbedienti» (movimento legato al social forum locale) è scattato poco prima delle 11.30 e ha paralizzato per più di tre ore il traffico sulla strada. Armati di cacciavite, chiavi inglesi e seghe i manifestanti hanno occupato l'ex caserma Chiarini dall'entrata posteriore e lì hanno messo in atto la loro opera di «smontaggio e sabotaggio». Ingenti i danni: dopo aver divelto bagni, aver attaccato la stanza delle caldaie e distrutto grate e inferiate è partita la trattativa con le forzedell'ordine finita in una carica della polizia. Cinque i poliziotti feriti (tra cui il dirigente della Digos Vincenzo rossetto), quattro i manifestanti medicati dall'ambulanza parcheggiata fuori dall'ex caserma Chiarini e due i parlamentari Titti De Simone (Prc) e Paolo Cento (Verdi) rimasti coinvolti negli scontri. Questo il bilancio di un'incursione che ha già fatto scattare una quarantina di denunce tra cui quella allo stesso Casarini.
«Tutti hanno il diritto di manifestare, anche in forme eclatanti le proprie convinzioni, nessuno deve però andare oltre il limite, ad esempio danneggiando strutture o beni, privati o pubblici». Lanciando anche una «campagna per il diritto di voto ai cittadini immigrati», il segretario regionale dei Ds Mauro Zani ha così commentato l'azione dei «disobbedienti».
«In questo caso — ha aggiunto Zani — l'intervento delle forze dell'ordine è doveroso e non eludibile, ma ciò non significa che si debbano coinvolgere parlamentari, specie dopo che si sono fatti riconoscere, come è successo oggi (ieri per chi legge ndr.)». di Emanuela Naldi

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Repubblica (26/02/02)
Il capo della Digos Rossetto centrato da una zolla di terra la carica
E sotto i manganelli dei poliziotti finisce anche il collega ispettore

SI TIENE il braccio sinistro nascosto sotto l'husky, l'ispettore pestato dai suoi colleghi. La mano è livida e lui non ha voglia di parlare. E' un poliziotto navigato, uno che ha passato anni in strada, prima a fare i conti coi cortei dell'ultrasinistra, poi con gli anarchici. Un poliziotto menato per errore da uomini con la sua stessa divisa. Un agente è il paradosso - salvato dai «nemici», un gruppetto di No Global. E' l'aspetto più vistoso della carenza di collegamento fra gli uomini del Reparto Mobile e i loro vertici che hanno agito in via Mattei. All'uscita, Vincenzo Rossetto, dirigente della Digos, febbricitante, centrato da una zolla di terra all'occhio, spiega così il duro intervento del Reparto. «C'era stato un accordo coi manifestanti, ci avevano detto che sarebbero usciti uno a uno col documento in mano per l'identificazione. All'ultimo momento sono usciti tutti assieme per allontanarsi. Non potevamo lasciarli andare via». E' l'unico commento ufficiale da un rappresentante delle forze dell'ordine. Questore e Prefetto, impegnati in una riunionefiume nel pomeriggio, non hanno voluto rilasciare dichiarazioni.
Così Titti De Simone, onorevole di Rifondazione: «Ho ricevuto una manganellata in testa. Una carica vergognosa e inaccettabile, c'era stata una iniziativa legittima e la disponibilità a concedere che si sbloccasse. E' stato un attacco gratuito, già visto a Genova». Paolo Cento, dei Verdi, scuote la testa: «Per un miracolo non si è trasformata in una nuova mattanza. Le forze della polizia devono adeguare il proprio intervento a un movimento che è diverso, non siamo più negli anni '70». E attacca: «Non è tempo di mediazione con questo Governo. La disobbedienza in un paese democratico si può e si deve fare». I parlamentari presenti, con loro Mauro Bulgarelli dei Verdi e all'inizio anche Katia Zanotti dei Ds, annunciano una interrogazione parlamentare al ministro degli Interni.
(c.g.)

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Repubblica (26/02/02)
Il commando era guidato dal leader degli antiG8. "Obiettivo raggiunto"
Casarini: "Smontato un lager"

AVANZA in mezzo alla strada, in via Mattei, come il comandante che ha vinto la battaglia. «Volevano arrestarci, andiamo via». Luca Casarini, leader dei centri sociali del Nord Est, ha appena finito di gridare al megafono, dopo il blitz e lo scontro con la polizia: «Questa è una azione di civiltà contro i lager». Cominciamo dalla fine.
«La cosa era finita, eravamo tutti a volto scoperto, facilmente identificabili, siamo usciti a mani alzate e lì hanno cominciato a caricare, volevano impedirci di uscire».
Perché questa azione «disobbediente»?
«Abbiamo deciso di violare la legge, pagheremo per questo, ma lo abbiamo fatto per impedire reati più gravi come la discriminazione razziale, la violazione dei diritti umani e per contestare una legge, la BossiFini, che considera braccia gli esseri umani. Più volte abbiamo denunciato questi lager, smontarli è una azione per la quale andremo a processo ma di cui possiamo andare orgogliosi».
Come è fatto all'interno il centro?
«Ci sono degli stanzoni enormi, con gabbie all'esterno dove vogliono metterci dentro esseri umani, divisi per etnie, che non hanno commesso nulla tranne il fatto di provenire da altri Paesi e di chiedere un regolare atto amministrativo. Nelle camerate c'è una specie di presidio per la guardia, i bagni sono tipo ospedale. Ora non ci sono più il riscaldamento, gli infissi, l'impianto elettrico, è pieno di scritte contro i lager».
(il.ve.)

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Repubblica (26/02/02)
Centro immigrati, i noglobal occupano. La polizia carica In cento distruggono le celle di via Mattei. All'uscita il corpo a corpo con gli agenti. Feriti 10 manifestanti
Assalto e scontri all'ex caserma
CARLO GULOTTA ILARIA VENTURI

SONO un centinaio e arrivano al mattino per una missione di «smontaggio e sabotaggio». Obiettivo: il centro per clandestini da identificare in via Mattei. E' ancora un cantiere. Entrare è facile. Difficilissimo uscire. Una battaglia con la polizia. Manganellate agli occupanti con le mani alzate. Manganellate ai parlamentari dei Verdi e Rifondazione. Manganellate ai giornalisti. Persino agli stessi poliziotti. Scene da «Fragole e Sangue» fra agenti e No Global. Un «G8» in scala minore. Finisce con una decina di manifestanti e altrettanti poliziotti lievemente feriti e contusi. Il «carcere dei clandestini» dovrà essere rimontato pezzo a pezzo: gli occupanti (Centri Sociali, Attac, Ja Basta) si sono accaniti su porte e finestre, impianti elettrici. Hanno distrutto a mazzate le reti di recinzione e reso inservibili i bagni, la caldaia, la consolle delle telecamere. Giornata nera per Questura e Prefettura. Il questore Argenio, probabilmente, dovrà render conto del comportamento dei suoi uomini al Viminale: i parlamentari Titti De Simone, Rifondazione, e il Verde Paolo Cento, entrambi presi a manganellate, presenteranno un'interrogazione a Scajola. Il prefetto Iovino, che molto aveva a cuore il centro di via Mattei, dovrà quantomeno posticiparne l'inaugurazione. E c'è da chiedersi come sia stato possibile a tanta gente entrare senza difficoltà in un luogo che dovrebbe essere supersorvegliato. Soprattutto alla luce della partita che No Global e Prefettura giocano da mesi su via Mattei: pochi giorni fa c'è stata un'occupazionelampo. Poi Iovino ha detto no a una richiesta di ispezione. Un fronte caldo, insomma.
Comincia tutto alle 11,30. I manifestanti, guidati da Luca Casarini, leader dei Disobbedienti del Nordest, penetrano nel recinto del centro scavalcando un muro sul retro. Gli operai li vedono arrivare cogli attrezzi sulle spalle, qualcuno ha la faccia coperta. Scappano, e subito il gippone della polizia che staziona all'ingresso cerca di disperdere gli «attaccanti». Una pattuglia scarna. E ha la peggio. Due agenti delle volanti di rinforzo restano lievemente feriti. Già in questa fase spuntano gli sfollagente. Arrivano i parlamentari, c'è anche il Verde Mauro Bulgarelli. L'azione dei No Global è fulminea. Pianificata. Entrano in settanta, si chiudono dietro i cancelli con le catene, attaccano metodicamente il «carcere». Squadre di «guastatori» col passamontagna smontano tutto ciò che trovano. Dal cortile si sentono i colpi di mazze sui muri e sulle gabbie d'acciaio. Un altro gruppo ricopre i muri di scritte. «No lager, no problem» «Basta sadismo sociale», «Stop Guantanamo». Venti minuti dopo, la strada si riempie di poliziotti. Un agente della Digos in borghese riesce a confondersi fra i manifestanti, loro non lo sanno. Il traffico in via Mattei impazzisce, arrivano rinforzi esterni ai commandos. Fuori c'è anche Valerio Monteventi, di Rifondazione. A mezzogiorno e mezza pare tutto finito. Paolo Cento e il capo della Digos cercano una prima mediazione. «Usciranno con le mani alzate, voi vi impegnate a non toccarli». Ma non è facile. Un'ora dopo, nuova trattativa: dietro la prima linea interna di sbarre ci sono Casarini e gli occupanti. Dall'altra parte, la polizia. «Non vogliamo vedere divise, ricordatevi di Genova, niente violenza e non ci sarà violenza. Usciremo uno alla volta coi documenti in mano». Ma l'«accordo» salta. Il cancello viene aperto di botto e i manifestanti, con le mani alzate, si dirigono verso il muro di cinta. Venti agenti in assetto antisommossa sono pronti. Forse vola qualche insulto, uno spintone, e si scatena l'incredibile. I poliziotti manganellano. Botte ai manifestanti, ai parlamentari, ai giornalisti (colpito Beppe Ramina, del Domani). I funzionari urlano di non reagire, ma non tutti li ascoltano. E' anarchia assoluta, uomini in divisa e donne rotolano nel fango. Picchiato pure un ispettore della Digos e sono i No Global a proteggerlo. Ormai è rissa senza controllo, nel cortile si aggirano giovani spaesati col sangue fra i capelli, in cielo l'elicottero della polizia a bassissima quota. Filma tutto, la strada è chiusa, gli agenti urlano. Un'ora dopo, finalmente, è davvero finita. Restano a terra occhiali rotti, passamontagna, scarpe infangate. Gli occupanti se ne vanno in corteo verso il Tpo. I documenti di 39 No Global vengono consegnati alla polizia. In serata arrivano le denunce.

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Repubblica (22/02/01)
La Corte respinge i ricorsi dei giudici che avevano rimesso in libertà gli immigrati

Clandestini, sì della Consulta ai centri di accoglienza
di LIANA MILELLA

ROMA - La legge TurcoNapolitano che detta le regole sull'immigrazione clandestina non viola la Costituzione. E gli stranieri che entrano illegalmente in Italia potranno essere riaccompagnati alla frontiera o trattenuti nei centri di permanenza per 30 giorni senza che questo configuri una violazione dei principi che regolano la restrizione della libertà personale. La Consulta, dopo una discussione lunga e complessa che ha tenuto anche conto dell'imminente fine dell'attività parlamentare, non ha accolto il ricorso dei giudici di Milano che, nei primissimi giorni del novembre 2000, avevano "liberato" gli immigrati rinchiusi nel centro di via Corelli sollevando le preoccupazioni del Viminale.

I tredici giudici dell'Alta Corte hanno preso la decisione - una delle più difficili di questo periodo per i suoi risvolti politici immediati - dopo una discussione tutto sommato neppure troppo lunga. Hanno votato all'unanimità e hanno sostanzialmente condiviso la relazione di Carlo Mezzanotte, il professore di diritto costituzionale eletto su indicazione di Forza Italia, che ha illustrato il conflitto sollevato dai magistrati civili di Milano e in particolare da Rita Errico. Il 2 novembre scorso, il giudice si era rifiutato di convalidare il fermo di nove clandestini che, tuttavia, erano rimasti rinchiusi in via Corelli. Due giorni dopo, invece, un altro giudice aveva ugualmente contestato la legge, ma questa volta aveva "liberato" otto stranieri.

Dal grande riserbo che contraddistingue i lavori della Corte ieri sera è trapelato solo il "no" ai giudici milanesi e il "sì" a una legge come la Turco-Napolitano che aveva richiesto una complessa fase di elaborazione e un lungo dibattito soprattutto per gli articoli - il 13 e il 14 - che riguardano l'espulsione dei clandestini attraverso il riaccompagnamento coatto alla frontiera e, in attesa che questo si realizzi, il trattenimento nei centri di permanenza. Strutture che, soprattutto nel caso di via Corelli, sono state più volte contestate con violenza dagli immigrati. L'ultima protesta, che ha richiesto l'intervento e la visita del prefetto Bruno Ferrante, è di una decina di giorni fa.
Secondo i giudici, comunque, a essere incostituzionale era proprio il procedimento di espulsione (e quindi di eventuale permanenza nei centri per un massimo di 30 giorni) disposto dai questori e soltanto "vistato" dai giudici. Ai quali, per giunta, la legge dà solo 24 ore di tempo per convalidare il fermo. I "nemici" della legge TurcoNapolitano hanno sempre eccepito non solo che il clandestino viene fermato per un periodo molto lungo, ma anche che questa privazione della libertà personale non viene neppure decisa dal magistrato ma da un semplice provvedimento amministrativo. Il tutto in spregio dell'articolo 13 della Costituzione che esplicitamente recita: "Non è ammessa alcuna forma di restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell'autorità giudiziaria".

La Consulta, con quella che si preannuncia come una sentenza interpretativa della legge, di fatto boccia i detrattori della TurcoNapolitano. Naturalmente, nel prendere questa decisione, i giudici avranno tenuto conto dell'imminente chiusura delle Camere. Se il ricorso dei milanesi fosse stato accolto si sarebbe creato un vuoto legislativo incolmabile a Parlamento inattivo per molti mesi. A tirare un sospiro di sollievo è certamente il Viminale, ma anche Polo e Ulivo. Senza centri di permanenza ed espulsioni si sarebbe arenata per mesi la politica sull'immigrazione. E probabilmente si sarebbe aperta una porta alla possibilità di prevedere il reato di immigrazione clandestina che la destra chiede con insistenza da tempo.

Il Resto del Carlino (13/02/01)
Sul centro di via Mattei Rifondazione più morbida

Dal vertice in prefettura sul centro per immigrati in attesa di espulsione, che nascerà in via Mattei, esce «forse un'apertura». All'inizio della seduta del consiglio comunale, Valerio Monteventi (Rifondazione) ricostruisce i passi delll'opposizione ai lavori per la ristrutturazione della ex caserma Chiarini, culminati nella protesta con le catene di venerdì scorso, e fa il punto sull'incontro in prefettura di ieri mattina, chiesto e ottenuto dalle 'tute bianche' del Teatro polivalente occupato e dell'associazione 'Ya basta'.
«Stanno costruendo un vero e proprio carcere e noi facciamo una battaglia di civilità - spiega Monteventi -. In prefettura abbiamo chiesto una sospensiva ai lavori del cantiere e che fosse tolta la segretazione del progetto. Forse, su questo c'è stata un'apertura». Il rappresentante della prefettura, infatti, si è impegnato a verificare se è possibile accogliere questa richiesta. In pratica, dovrebbe restare «il segreto per le strutture militari e di polizia, ma non invece sui locali dove dovranno essere sistemati gli immigrati».

Repubblica (10/02/01)
Blitz nel centro per immigrati
Le tute bianche nel cantiere dell'ex caserma di via Mattei
Bloccato per ore il lavoro degli operai . "E' un carcere, non va fatto". E l'immobile che dovrà ospitare i clandestini finisce in Parlamento

di ANDREA CHIARINI

"Quel centro per gli immigrati non va fatto". Blitz ieri all'alba dei centri sociali nell'ex caserma Chiarini di via Mattei: l'immobile in ristrutturazione destinato a ospitare i clandestini prima dell'espulsione. Una trentina di "tute bianche" dell'associazione Ya Basta e del Teatro polivalente occupato sono entrate poco dopo le 7 nell'area militare, costringendo gli operai del cantiere a uscire. Dopo l'azione dimostrativa dei centri sociali, capeggiata dal consigliere di rifondazione Valerio Monteventi, il caso è finito in Parlamento. Il senatore Verde Luigi Manconi chiede la sospensione immediata dei lavori nell'edificio militare fuori San Vitale, in attesa della decisione della Corte costituzionale, previsto per il 21 febbraio, sugli altri "centri di trattenimento" già realizzati fuori regione: "E' immotivato - dice Manconi - fare strutture nuove mentre da più parti viene messa in discussione la legittimità di quelle esistenti". Si muovono altre due deputati del Sole che ride, Paolo Galletti e Paolo Cento, che hanno presentato una interrogazione al ministro degli Interni. Protesta anche il gruppo regionale di Rifondazione. Lunedì in prefettura a Bologna è previsto un summit. Le "tute bianche" ieri sono tornate per la seconda volta in via Mattei nel giro di alcuni mesi, sempre per protestare contro quella che definiscono "la prigione dei clandestini". Alcuni manifestanti hanno scalato una gru del cantiere, altri si sono incatenati alla recinzione. Sono stati srotolati striscioni con le scritte: "No all'apertura del lager di via Mattei", "Per la chiusura dei centri di detenzione per immigrati" e "Mai più". L'azione dimostrativa, oltre a Monteventi c'era il responsabile dei Verdi regionali Mauro Bulgarelli, ha raggiunto l'obiettivo di riaprire il caso. "In regione - si legge in una nota distribuita dalle 'tute bianche' - sono previsti tre centri, a Rimini e a Modena oltre che a Bologna. Qui i lavori sono iniziati da alcuni mesi in forma assolutamente segreta e la prefettura, per conto del ministero dell'Interno, continua a ripetere di non essere tenuta, per ragioni di sicurezza, a fornire alcuna informazione sullo stato delle attività e le condizioni di lavoro all'interno del cantiere". Monteventi, dopo aver ricevuto la garanzia che nessuna "tuta bianca" sarebbe stata denunciata per l'occupazione dell'ex caserma, ha precisato: "Fin dall'inizio è stato detto che questa sarebbe stata una struttura di seconda generazione che non avrebbe avuto i problemi dei centri di Roma, Trapani e Milano. Invece sono partiti i lavori e il progetto è stato segretato, addirittura non si sa nemmeno chi ha vinto l'appalto da 10 miliardi". Mentre cresce il fronte del no al centro di via Mattei, a palazzo del Governo cercano di abbassare i toni della polemica. Secondo la prefettura infatti non c'è alcuna volontà di negare le informazioni. Ci sarebbero, questo è vero, atti riservati come impone la procedura quando si tratta di realizzare strutture di detenzione. Ma una volta finiti i lavori l'ex caserma sarà visitabile, come accade per le carceri, da consiglieri regionali e parlamentari. Queste rassicurazioni non sembrano tuttavia bastare a Monteventi e alle "tute bianche". "Dei venti lavoratori - dicono - solo due sono iscritti alla cassa edile, ci siamo informati alla Ausl e non risulta che siano state avviate le procedure per il rispetto della legge sulla sicurezza sui luoghi di lavoro". Secondo i centri sociali poi i primi riscontri in cantiere confermano che le stanze per i clandestini sarebbero piccole, per sei posti letto, affacciate su un piccolo cortiletto. Attorno ci sarebbe uno sbarramento in ferro, alto più di quattro metri. "Questo è un carcere vero e proprio" conclude Monteventi. I lavori dovrebbero terminare entro il 2001.

Televideo (09/02/01)
Bloccato cantiere di centro accoglienza

I lavori nel cantiere dell'ex caserma "Chiarini" di Bologna - dove è in costruzione un centro di permanenza "temporanea" per immigrati clandestini sono stati bloccati dall'occupazione di una quarantina di "tute bianche" dell' associazione "Ya Basta". Almeno 10 tute bianche si sono incatenate al cancello d'ingresso mentre altre 4 sono salite su una gru di 30 metri, srotolando uno striscione che raffigura corpi imprigionati dietro le sbarre con la scritta "Mai più". Alla manifestazione partecipano anche esponenti politici di Verdi e Rifondazione.

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