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Genoa Non Governmental (GNG) Initiative
Raccomandazioni

A cura di CeSPI, IAI, ICEPS, IPALMO

 

 

 

Giugno 2001

 

Introduzione

 

Queste raccomandazioni raccolgono le conclusioni delle ONG e delle organizzazioni della società civile che hanno contribuito all’Iniziativa "Genova Non Governativa" (Iniziativa GNG), forum di discussione e consultazione, sulle questioni relative alla globalizzazione che verranno discusse al Summit di Genova nel luglio 2001, promosso dal Governo Italiano, fra il G8 e le ONG. Questo documento non intende esporre la posizione di alcuna organizzazione e movimento in particolare, ma piuttosto presentare una serie di argomenti e raccomandazioni ai Capi di Stato del G8.
Queste raccomandazioni sono il frutto dell’impegno di quanti hanno preso parte all’Iniziativa GNG e della competenza maturata dalla comunità delle ONG rispetto a quattro punti fondamentali: Strategie per la Riduzione della Povertà, Finanza per lo Sviluppo e Cancellazione del Debito, Governance Internazionale e Riforma dell’OMC, Ambiente e Sviluppo Sostenibile. I membri del GNG auspicano che tali raccomandazioni contribuiscano a favorire il conseguimento degli obiettivi menzionati.

Principi fondamentali 

  • Riduzione della Povertà: tale traguardo potrà essere raggiunto se, e solo se, tutti coloro che concorrono a costruire il futuro dell’umanità riconosceranno il legame esistente fra i principi di democrazia, partecipazione e giustizia sociale.
  • Governance Internazionale e Riforma dell’OMC: il commercio può giocare un ruolo importante nella lotta alla povertà e può contribuire al raggiungimento degli obiettivi di sviluppo umano sottoscritti da tutti i paesi nel 1995. L’OMC dovrà promuovere un nuovo rapporto fra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, che dovrà riflettersi nei prossimi negoziati.
  • Ambiente e Sviluppo Sostenibile: il G8 e le nazioni più ricche del pianeta sono responsabili più di altre dei danni globali a livello ambientale e sociale. Per questo sono chiamate a prendere decisioni immediate e dirette alla promozione di uno sviluppo sostenibile, ovvero politiche che, a tutti i livelli, si pongano come obiettivo uno sviluppo che sia economicamente, socialmente ed ecologicamente sostenibile e sul quale non gravi l’ipoteca dell’indebitamento economico, sociale ed ambientale.
  • Finanza per lo Sviluppo e Cancellazione del Debito: le attuali misure volte a ridurre l’impatto della crisi del debito non sono efficaci. E’ un imperativo per tutti definire politiche più incisive che leghino il problema del debito con quello dello sradicamento della povertà. L’ineguaglianza nei rapporti Nord-Sud è la principale ragione dell’attuale crisi debitoria: è un problema di giustizia ed eguaglianza, non solo di solidarietà.

 

 

Strategie per la riduzione della povertà
Dimezzare la povertà del mondo entro il 2015, come prevedono gli obiettivi internazionali per lo sviluppo, è la priorità assoluta della cooperazione allo sviluppo internazionale. Il peso politico, economico e culturale del G8 e la sua influenza a livello globale è cruciale. È importante, quindi, che il G8 si assuma le proprie responsabilità, piuttosto che introdurre semplicemente nuovi slogan o promuovere azioni retoriche ed inefficaci.
È auspicabile che gli incontri, le risoluzioni ed i piani d’azione del G8 favoriscano e consolidino, piuttosto che evitare e contraddire, gli incontri ed i piani d’azione dei rappresentanti delle istituzioni delle Nazioni Unite, nel rispetto delle norme internazionali e delle istituzioni rappresentative della comunità globale.
Le ONG sottolineano che il G8 deve rispettare gli impegni presi davanti all’opinione pubblica mondiale, nelle conferenze delle Nazioni Unite, svoltesi nel corso degli anni Novanta.
Il G8 dovrebbe assumere un impegno politico che possa essere realizzabile e facilmente quantificabile, al fine di verificarne l’effettiva realizzazione e di divenire un punto di riferimento e un modello per gli altri Paesi ricchi.

Le ONG chiedono ai Capi di Stato del G8 di assumersi i seguenti impegni:

  1. Aderire al Consenso prevalente oggi nella cooperazione internazionale, base concettuale condivisa per la riduzione della povertà. Il Consenso internazionale riconosce la multidimensionalità della povertà, che interessa sia la sicurezza alimentare, la salute, l’istruzione, i diritti, la partecipazione alla vita politica e sociale, la sicurezza, la dignità e un lavoro dignitoso.
    Le ONG sottolineano l’importanza di riconoscere questa multidimensionalità della povertà e il bisogno di realizzare un’azione strutturale che permetta di combattere la povertà, fino ad eliminarla.
  2. Realizzare l’obiettivo di destinare lo 0.7% del PIL all’APS. I Paesi del G7 devono rinnovare l’impegno della comunità internazionale di stanziare lo 0.7% del PIL per l’APS. Al momento il contributo dei Paesi del G7 è al di sotto di questa soglia ed è auspicabile che venga posto in essere un fermo impegno di lungo periodo volto ad incrementare progressivamente gli stanziamenti, anche prevedendo un graduale avvicinamento all’obiettivo finale.
  3. Conseguire gli obiettivi internazionali dello sviluppo (IDGs, International Development Goals). Gli obiettivi stabiliti dalle conferenze delle Nazioni Unite e confermati dai Paesi membri del DAC, fra cui i Paesi del G7, costituiscono un trampolino di lancio per il dialogo con i Paesi meno avanzati, i quali, a loro volta, devono riuscire a perseguire i propri obiettivi nazionali alla luce delle particolari situazioni che li caratterizzano. È importante che, nel quadro di una strategia di lungo periodo, vengano individuati dei parametri e posti degli obiettivi intermedi rispetto all’orizzonte del 2015. Le ONG hanno messo in evidenza che al mondo vi sono risorse sufficienti a ridurre la povertà e a conseguire gli obiettivi per lo sviluppo internazionale e che i Paesi donatori devono dimostrare che esiste una corrispondenza chiara tra le loro politiche di cooperazione e i suddetti obiettivi. Alla luce di ciò, le ONG chiedono:
    • la riduzione della povertà come strategia di medio periodo verso il conseguimento dell’obiettivo di lungo periodo: lo sradicamento della povertà.
    • l’incremento degli stanziamenti per i servizi sociali di base: iniziative globali a vantaggio della salute e dell’istruzione di base. Le ONG riaffermano la necessità di portare a termine l’iniziativa 20:20, proposta per la prima volta nel Rapporto sullo Sviluppo Umano del 1992 e ripreso dal Vertice Mondiale sullo Sviluppo Sociale nel 1995. In questo contesto, nell’ottica di implementare l’iniziativa 20:20, le ONG sostengono la realizzazione di una serie di nuove iniziative in linea con il Global Compact proposto dal Segretario Generale delle Nazioni Unite per fare fronte alla drammatica sfida della diffusione dell’HIV/AIDS, fra cui Fondi fiduciari fondati sul partenariato fra risorse pubbliche e private. Tali sviluppi sono molto positivi, specialmente se coordinati dalle agenzie delle Nazioni Unite e coerenti con le convenzioni globali. Le ONG rifiutano ogni nuova iniziativa estemporanea o frammentaria.
    • la crescita economica legata alla ridistribuzione in favore dei più poveri. Le ONG affermano che i Paesi del G8 dovranno impegnarsi ad accelerare ed estendere la portata dell’iniziativa HIPC, legando tale processo ad azioni per la riduzione della povertà ed assicurandosi che i benefici derivanti dalla cancellazione del debito siano veramente destinati alla riduzione della povertà. Inoltre, il G8 dovrà definire e favorire approcci nuovi per ridurre la volatilità dei flussi di capitale privato, in particolare per quanto riguarda gli investimenti azionari di portafoglio, e raccogliere nuove risorse legate ai flussi di capitale privato. Le ONG affermano il bisogno di creare dei meccanismi volti a garantire una più equa ripartizione delle risorse a favore dei Paesi poveri, cominciando dall’istituzione della cosiddetta ‘Tobin Tax’ (una tassa sulle transazioni finanziarie).
    • la promozione di un lavoro dignitoso. Bisogna creare opportunità di lavoro che garantiscano libertà, giustizia, sicurezza e dignità umana; un lavoro dignitoso per gli uomini e per le donne, estendendo la protezione sociale e promuovendo il dialogo, incoraggiando investimenti produttivi, lottando contro il lavoro forzato, contro lo sfruttamento del lavoro minorile, contro la discriminazione sul lavoro.
  4. Assicurare coerenza, coordinamento e coesione: la lotta alla povertà richiede politiche di sviluppo coerenti da parte di tutti i governi. Le aree di maggior interesse politico nelle quali si deve operare per la riduzione della povertà sono: la cancellazione del debito, il commercio, gli investimenti, l’agricoltura, l’ambiente, le migrazioni, la ricerca scientifica, la sicurezza e le armi. Inoltre, le ONG sottolineano l’importanza di coordinare le politiche e l’azione dei Paesi donatori e i rapporti fra questi e i Paesi ‘beneficiari’, con strategie e metodologie adeguate. Le ONG ritengono che il rafforzamento di un approccio integrato a livello nazionale ed internazionale costituisca il requisito indispensabile perché la cooperazione allo sviluppo divenga più efficiente.
  5. Rafforzare il governo della globalizzazione: in un contesto globale si rende necessaria la creazione di un sistema internazionale che sia in grado di garantire che l’integrazione economica e finanziaria si realizzi in concomitanza allo sradicamento della povertà e all’integrazione sociale. La politica deve tornare a ricoprire il suo ruolo di guida e controllore anche nei rapporti multilaterali, e questo è possibile rafforzando il mandato delle Nazioni Unite. In questo modo, verrebbe riaffermato il ruolo centrale che le ONG riconoscono solo ed esclusivamente alle NU, quello, cioè, di istituzione nata per lottare contro le distorsioni del sistema economico internazionale e per promuovere il partenariato fra Paesi a sviluppo avanzato e Paesi meno avanzati, per combattere la povertà. È importante riconoscere agli organismi delle NU un potere politico effettivo, piuttosto che ridurli a meri esecutori di progetti di cooperazione.
    Con riferimento allo sviluppo, le ONG affermano che: L’ECOSOC deve essere appoggiato e rafforzato e le sue procedure rese più efficienti, attraverso un processo di riforma che sottolinei il carattere di modello partecipativo a tutti i livelli, al fine di rendere più coerenti ed incisive le sue azioni e le sue politiche. La macchina intergovernativa deve diventare parte integrante di questo processo di riforma delle NU. Le ONG credono che il Sotto-Segretario Generale, responsabile delle tematiche dello sviluppo, debba essere anche il Segretario Esecutivo dell’ECOSOC, assegnandogli così un ruolo molto importante nelle principali questioni di carattere economico, sociale ed ambientale. Le ONG sono favorevoli ad un rafforzamento dell’ECOSOC, in modo che possa divenire un organo operativo a tutti gli effetti. Questo implicherebbe, tra l’altro, la revisione dei meccanismi di elezione dei suoi membri: una proposta che si sta discutendo con interesse prevede che 1/3 di essi sia costituito dai rappresentanti dei Paesi del G7, 1/3 da quelli dei Paesi più popolosi ed 1/3 siano eletti da tutti i paesi membri dell’Assemblea generale.
  6. Promuovere un partenariato di lungo periodo tra pubblico e privato, nel rispetto della correttezza, delle differenze culturali, della legge e delle dichiarazioni internazionali: le ONG auspicano un partenariato tra il settore pubblico e privato, che stimoli i responsabili della finanza e dell’economia mondiale a dare centralità ai problemi dello sviluppo. Le ONG si oppongono alla creazione di fondi fiduciari improvvisati, considerati una forma di mero assistenzialismo. Un partenariato con il settore privato dovrebbe spingere le imprese all’adozione di precisi codici di condotta, basati sul rispetto dei diritti umani, dello sviluppo sostenibile e degli altri obiettivi internazionali (IDGs). Il settore privato internazionale dovrà essere coinvolto, non solo sul piano delle risorse finanziarie, ma anche su quello della correttezza e del rispetto delle differenze culturali, della legge e delle dichiarazioni internazionali.

     

Finanza per lo sviluppo e cancellazione del debito
Sempre maggiore è la consapevolezza che gli attuali meccanismi esistenti a livello internazionale non sono in grado di garantire il conseguimento degli obiettivi di riduzione della povertà, né quelli di sviluppo internazionale fissati per il 2015. Inoltre, la stessa Banca Mondiale ha ammesso di recente che l’estensione dell’iniziativa HIPC, lanciata nel 1999, non può essere considerata la via permanente per uscire dalla crisi del debito.
Si avverte, dunque, un bisogno crescente di nuove ed efficaci iniziative. Per questa ragione le ONG chiedono ai leaders del G8 di muovere, in occasione del Summit di Genova, passi concreti in questa direzione. È con estremo rammarico che le ONG devono constatare che il documento che verrà presentato dal Governo italiano, "Beyond Debt Relief", invece di insistere sul bisogno di muovere passi ancora più decisi verso la cancellazione del debito, si basi sul riconoscimento che l’attuale strategia per la riduzione del debito stia funzionando al meglio.
Per affrontare il problema della crisi del debito, le ONG chiedono ai Capi di Stato del G8 di:

  1. Favorire e creare le condizioni per cui BM e FMI cancellino i debiti che i Paesi più poveri ed indebitati hanno nei loro confronti. Solo adottando misure di questo tipo, un ammontare considerevole di fondi verrebbe liberato e a beneficiarne sarebbero milioni di persone. Le ONG non rilevano ostacoli finanziari reali a tale provvedimento;
  2. Spostare l’ultimo giorno di iscrizione dei debiti eleggibili alla cancellazione (cut-off date) al 21 luglio 2001, giorno in cui i leaders dei G8 si incontreranno a Genova; solo i debiti contratti prima di questa "cut-off date" potranno essere cancellati;
  3. Adottare nuovi criteri per promuovere uno sviluppo sostenibile. L’attuale soglia del rapporto tra debito ed esportazioni fissato come criterio di sostenibilità è da considerarsi assolutamente inadeguata per quei Paesi particolarmente vulnerabili a causa di eventi esterni ed atmosferici. Le ONG considerano che, al momento di stabilire il livello del debito che un determinato paese è in grado di pagare, debbano essere riformulati i meccanismi di cancellazione ed i criteri di sostenibilità del debito, tenendo in conto il livello della povertà e di sviluppo umano. A questo proposito è stata avanzata una proposta specifica, che tiene conto degli Indicatori dello Sviluppo Umano. Secondo tale proposta, la soglia di sostenibilità del debito dovrebbe includere considerazioni relative alla reale capacità dei governi di garantire i servizi primari elementari (salute e istruzione) alla propria popolazione, prima di dover pagare i suoi debiti. Tale approccio consentirebbe ad altri Paesi poveri ed indebitati di rientrare fra quelli che beneficiano dell’iniziativa HIPC.
  4. Avviare un processo che conduca alla creazione di un Processo Trasparente di Arbitrato. Difatti, le ONG ritengono che sia:
    • importante promuovere un processo di arbitrato gestito da un’istituzione indipendente: la società civile deve vedersi riconosciuto il diritto di prendere parte ai processi decisionali in questo campo, come riconosce anche l’approccio adottato dalla Banca Mondiale con i documenti strategici di riduzione della povertà (in inglese, PRSP);
    • possibile indicare anche altre misure, come ad esempio l’abolizione del debito quando il finanziamento sia stato destinato a progetti assistiti dal partner creditore.

 

Al fine di accrescere gli sforzi internazionali per finanziare lo sviluppo, le ONG chiedono al G8 di:

  1. Rispettare l’impegno internazionale di destinare lo 0.7% del proprio PIL all’APS;
  2. Sostenere la creazione di fondi etici per lo sviluppo. Ci sono diversi modi di raccogliere i contributi privati ed esiste un consenso popolare all’interno degli stati del G8 che appoggia i programmi di sviluppo sostenibile a livello etico, ambientale ed economico. I G8 devono attivarsi con proposte legislative e progetti di co-finanziamento per adempiere a questi impegni. I fondi etici dovranno essere raccolti con il pieno coinvolgimento della società civile di quei Paesi a cui i fondi verranno destinati;
  3. Adottare una tassa sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta Tobin Tax;
  4. Aprire i mercati del Nord ai prodotti (per lo più agricoli) provenienti dai Paesi del Sud. Poiché le economie del Sud sono particolarmente vulnerabili, devono essere protette; incoraggiare lo sviluppo dei mercati regionali nel Sud potrebbe costituire un primo importante passo verso la costruzione di economie più sostenibili;
  5. Convocare un Forum Internazionale sulla Cooperazione Fiscale per discutere di tassazione, protezione dei mercati e transazioni monetarie;
  6. Avanzare proposte precise a sostegno della cooperazione internazionale e del governo complessivo della globalizzazione, anche a livello di NU. Inoltre, le ONG auspicano un’inversione di tendenza nei più recenti sviluppi della situazione internazionale, in quanto importanti raccomandazioni del G8 non hanno avuto il dovuto seguito presso le NU;
  7. Creare un fondo globale di tipo contrattuale per i Beni pubblici globali (BPG): un primo passo verso la creazione di un fondo globale contrattuale per lo sviluppo dei BPG può essere il riconoscimento di quanto dichiarato nel documento finale della Conferenza Internazionale sulla Finanza per lo Sviluppo ed un serio impegno ad approfondirlo ulteriormente;
  8. Favorire politiche di cooperazione internazionale basate sui doni piuttosto che sui crediti d’aiuto: le emergenze legate ai disastri naturali e ai conflitti, i servizi sociali di base (istruzione di base, assistenza sanitaria ed alimentare, assistenza alla maternità, servizi sanitari e approvvigionamento di acqua) e assistenza tecnica. Quest’ultima, naturalmente, dovrà tenere conto anche del rispetto dell’ambiente e sostenere una produzione agricola non destinata all’esportazione;
  9. Favorire la diffusione di politiche di sviluppo non fondate su meccanismi di erogazione di servizi (sanità ed istruzione, ad esempio) dietro pagamento delle prestazioni, a copertura dei costi, come è invece prevalso, durante gli anni Novanta, presso alcune agenzie di cooperazione bilaterale e multilaterale. Il pagamento di un ticket per l’utilizzo dei servizi sanitari e sull’istruzione di base impediscono ai più poveri di accedere ad essi ed i fondi raccolti con tali tasse hanno un impatto minimo sulla sostenibilità finanziaria di detti servizi.

 

Governance internazionale e riforma dell’OMC
Dopo il fallimento a Seattle della terza Conferenza Ministeriale dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), si è avviato un intenso dibattito sulle riforme necessarie nel sistema di governance globale e sul come risolvere i problemi aperti di una globalizzazione senza regole. C’è un ampio consenso da parte del mondo non governativo che il "governo della globalizzazione" coinvolge non solo l’OMC ed il sistema commerciale multilaterale, ma anche altre istituzioni chiave, tutte soggette ad un processo di trasformazione, quali il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la Banca Mondiale, il sistema delle Nazioni Unite.
Per la costruzione di un nuovo sistema di commercio internazionale all’interno di una nuova architettura di Governance globale, le ONG chiedono al G8 di:

  1. Rivedere interamente la relazione tra crescita economica, sviluppo e commercio, al fine di riqualificarli come strumenti per il raggiungimento dello sviluppo umano. Dovrebbe essere chiaro che il commercio è un mezzo per ottenere un fine, piuttosto che un fine in se stesso: dovrebbero stabilirsi dei meccanismi in grado di determinare sistematicamente l’impatto delle regole dell’OMC sullo sviluppo umano e sull’ambiente.
  2. Valutare il ruolo che l’OMC può giocare nella battaglia contro la povertà, accanto ad altre istituzioni internazionali, contribuendo alla realizzazione degli obiettivi internazionali di sviluppo, definendo nuove relazioni tra i Paesi ricchi e quelli poveri, che dovrebbero essere tradotte anche nei negoziati commerciali.
  3. Rafforzare le altre organizzazioni multilaterali ed intergovernative attraverso nuove iniziative e migliorare la coerenza tra gli accordi dell’OMC e quelli determinati in altri ambiti multilaterali, partendo dal presupposto sopra menzionato che le decisioni e le politiche dell’OMC hanno un impatto diretto sull’ambiente e sugli ambiti sociali.

Nel percorso verso la Quarta Ministeriale dell’OMC, che si terrà a Doha a fine 2001, rimane aperto il dibattito sull’opportunità e fattibilità del lancio di un nuovo Round globale di negoziati commerciali. Le ONG sono consapevoli della complessità di tale questione e del suo legame con l’altra grande questione aperta, la riforma istituzionale dell’OMC.
Le ONG esprimono la loro profonda preoccupazione di fronte all’ipotesi del lancio di un nuovo Round di negoziati e raccomandano che, nel caso sia raggiunto un consenso tra paesi membri per il lancio del Round, vengano rispettate le seguenti condizionalità:

  1. Assicurare che il Round sia un autentico "Round dello Sviluppo" e che vengano assegnate risorse alle attività di assistenza tecnica e di rafforzamento delle capacità istituzionali (capacity-building) a favore dei Paesi meno avanzati (PMA). Non dovranno svolgersi nuovi complessi negoziati commerciali prima che i PMA siano messo in condizione di parteciparvi pienamente.
  2. Riesaminare alcuni risultati dell’ultimo Uruguay Round e focalizzarsi sulla loro "implementazione", partendo dal presupposto che un certo numero di Paesi in via di sviluppo sta incontrando serie difficoltà nell’adottare gli impegni precedenti.
  3. Escludere i "nuovi temi commerciali". Ciononostante, si dovranno cercare formule di compatibilità tra liberalizzazione commerciale e gli obiettivi di sviluppo e di tutela ambientale e sociale.

Le ONG sono consapevoli del fatto che nell’OMC sono da tempo in corso dei negoziati settoriali, come previsto dall’agenda progressiva di agricoltura e servizi. Tuttavia esse non nascondono elementi di preoccupazione su tali negoziati in corso ed sui problemi aperti di implementazione di alcuni accordi firmati alla fine dell’Uruguay Round, così come sull’adozione di misure specifiche a favore dei PMA e dei Paesi in via di sviluppo in genere. Le ONG sottolineano l’importanza di valutare attentamente e con cautela l’inserimento di "nuovi temi commerciali" nell’OMC, in particolare quelli che possono causare "scontri frontali" con i paesi in via di sviluppo.

In ambito dei negoziati di settore già in corso o futuri dell’OMC, le ONG presentano le seguenti raccomandazioni:

  1. Affrontare immediatamente le questioni ancora aperte relative ad un approccio più trasparente e flessibile verso i Paesi in via di sviluppo, estendere e rendere effettivi diritti speciali e differenziati per i Paesi in via di sviluppo nel sistema del commercio mondiale;
  2. Affrontare il problema dell’implementazione, esemplificato dagli accordi del 1994 TRIPS e TRIMS dell’OMC. Con un accordo multilaterale si potrebbero estendere le scadenze previste per i Paesi in via di sviluppo dall’Uruguay Round, mentre i Paesi industrializzati dovrebbero provvedere a fissare tappe precise ed inderogabili di implementazione e di apertura dei loro mercati.
  3. Garantire ai Paesi in via di sviluppo, in particolar modo ai PMA, un maggiore accesso ai mercati più ricchi e favorire iniziative specifiche, quali una ‘Everything but Arms’ multilaterale a modello di quella della Commissione Europea;
  4. Valutare con cautela in ambito di liberalizzazione agricola l’assioma "garanzia di maggiore apertura commerciale — sicurezza alimentare" per i Paesi in via di sviluppo ed assicurarsi che gli aiuti alimentari non vadano a danneggiare la produzione locale di beni alimentari. L’assistenza tecnica può giocare in questo ambito un ruolo molto importante.
  5. Riconoscere l’immediata applicabilita del principio di precauzione in quei casi che coinvolgono la salute e la sicurezza dei lavoratori e dei consumatori.
  6. Rispondere adeguatamente alle preoccupazioni espresse dalla società civile sull’impatto che i negoziati sui servizi del GATS 2000 possono avere sui servizi pubblici.
  7. Costruire un nuovo equilibrio fra la necessità di breve periodo di rendere disponibili i farmaci essenziali e l’obiettivo di lungo periodo di incoraggiare la ricerca di nuovi farmaci, come previsto negli accordi TRIPS.
  8. Proibire la brevettabilità di tutte le forme di vita a livello nazionale ed internazionale e garantire una maggiore coerenza fra il TRIPS e la Convenzione sulla Diversità Biologica.
  9. Escludere dai negoziati i "nuovi temi commerciali" riguardanti gli investimenti e la concorrenza, fino a quando i Paesi in via di sviluppo non potranno pienamente prendervi parte.
  10. Garantire una maggiore coerenza tra economia internazionale ed ambiente ed assicurare che i nuovi mercati globali favoriscano lo sviluppo umano e sostenibile, invece di ostacolarlo.

La società civile concorda nel considerare la crisi dell’OMC come una profonda crisi di legittimità, fiducia e democraticità e che i metodi d’azione dell’Organizzazione siano ormai inefficaci e superati, in ragione del numero accresciuto e assai diversificato di paesi membri. Numerose ONG stanno quindi sostenendo una campagna per la riforma dell’OMC, mettendo in chiaro risalto che un’efficace processo di riforma dovrà garantire che la liberalizzazione del commercio sia intrapresa non come un fine in sè, ma come parte di uno sforzo coerente e globale per raggiungere lo sviluppo sostenibile, la riduzione della povertà e la promozione dei diritti fondamentali. La riforma dell’OMC deve essere volta a garantire una maggiore trasparenza e partecipazione, non soltanto per i Paesi in via di sviluppo che ne fanno parte, ma anche per i rappresentanti della società civile. Le ONG sono coscienti della necessità di una maggiore trasparenza dei processi decisionali, sia all’interno che all’esterno, e che iniziative specifiche dovranno essere intraprese nel breve e medio periodo, in attesa che riforme più radicali vengano attuate nel lungo periodo.
Le ONG credono che una riforma istituzionale dell’OMC si debba basare su cambiamenti relativi alla sua trasparenza interna e ai meccanismi di partecipazione. In virtù di questo, le ONG chiedono di
:

  1. Adeguare i processi dell’OMC alle esigenze dei Paesi membri più deboli, provvedendo a ridurre il numero delle questioni relative al commercio oggetto di negoziazione, limitando il numero degli incontri ed evitando di ricorrere a meccanismi esecutivi e a procedure interne non trasparenti (come ad esempio, i meccanismi informali ristretti della "green room").
  2. Ricorrere a raggruppamenti (ad esempio, su base regionale) formali o informali di supporto ai Paesi in via di sviluppo.
  3. Coinvolgere appieno tutti i paesi membri nelle attività dell’OMC, con l’aiuto di risorse tecniche e assistenza finanziaria. I Paesi del G8 devono incrementare il loro contributo a quella parte del bilancio dell’Organizzazione destinata alla cooperazione tecnica e ad implementare una migliore e più coordinata politica commerciale che favorisca il capacity-building, così come previsto nell’ambito del Piano integrato (Integrated Framework).
  4. Rivedere i meccanismi di risoluzione delle controversie e di compliance, rendendoli più trasparenti, democratici e accessibili per i Paesi in via di sviluppo e permettendo ai rappresentanti della società civile di contribuire sotto forma di amicus curiae.
  5. Permettere "joint panels" nel meccanismo di risoluzione delle controversie dell’OMC che coinvolgano altre organizzazioni multilaterali (UNDP, WHO, ILO) quando la controversia commerciale abbia evidenti effetti indiretti sulla salute, i diritti umani e l’ambiente.

Per quanto riguarda la trasparenza esterna dell’OMC, la partecipazione della società civile, la coerenza e il coordinamento tra le varie istituzioni di governo mondiali, le ONG propongono di:

  1. Fornire un migliore accesso alle informazioni e alla documentazione (attraverso documenti pubblici);
  2. Correggere lo squilibrio di partecipazione tra attori non governativi, che ha favorito sinora l’influenza di interessi privati nel processo di consultazione dell’OMC;
  3. Aumentare il numero e il livello dei forum di dialogo informale con i gruppi della società civile; garantire lo status di osservatori a ONG coinvolte a livello internazionale in forum non negoziali, stabilendo uno schema di accreditamento per le ONG basato sulle esperienze dell’OCSE e dell’ECOSOC;
  4. Creare un Forum Permanente della Società Civile o un Comitato di Consulenza basato sul modello del GEF Council e del Trade Unions Advisory Committee stabilito in ambito OCSE con mandato di consultazione;
  5. Rafforzare l’impegno dei governi nazionali nei confronti della società civile e dei diversi soggetti su cui possono gravare direttamente o indirettamente le regole dell’OMC, insieme ad un più regolare ed effettivo scrutinio parlamentare delle posizioni negoziali nazionali e alla creazione di una Assemblea dei Parlamenti all’interno dell’OMC;
  6. Rafforzare la coerenza tra le regole dell’OMC e gli altri accordi internazionali, per evitare che gli accordi commerciali abbiano la precedenza sugli altri accordi multilaterali nella promozione della riduzione della povertà, dei diritti fondamentali e dello sviluppo sostenibile.

 

 

 

 

Ambiente e Sviluppo Sostenibile

CAMBIAMENTI CLIMATICI:
Considerando che la concentrazione nell’atmosfera terrestre dei gas serra (GHGs), come l’anidride carbonica, e la loro forza radioattiva continua ad aumentare come risultato delle attività umane, e che ci sono nuove e forti evidenze che la maggior parte del surriscaldamento osservato negli ultimi 50 anni è attribuibile alle attività umane, e che si nota con estrema preoccupazione che l’influenza umana continuerà a cambiare la composizione atmosferica nel corso del XXI secolo così che si prevede un innalzamento della temperatura media del globo e del livello del mare,

Le ONG chiedono ai Capi di Stato del G8 di promuovere le seguenti azioni immediate:

  1. Ratificare il protocollo di Kyoto da parte della Conferenza RIO+10 del settembre 2002. Sebbene rimanga insufficiente, è un primo e necessario passo nella giusta direzione verso la riduzione delle emissioni domestiche di gas serra dei Paesi sviluppati. L’entrata in vigore del protocollo deve andare avanti anche se gli Stati Uniti si rifiutano di tenere fede agli impegni presi in passato.
  2. Definire le procedure di implementazione del protocollo di Kyoto per la creazione di meccanismi trasparenti, al fine di prevenire ogni tipo di lacuna che conduca di fatto alla violazione dei principi della convenzione delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Questi meccanismi dovrebbero rispettare il principio che la maggior parte delle riduzioni dei gas serra dovrebbero essere a livello nazionale ed escludere dal computo delle riduzioni i progetti basati su metodi di assorbimento di carbonio (sinks projects);
  3. Assicurare che il protocollo di Kyoto prenda in considerazione il principio dell’equità. Questo dovrebbe incoraggiare i Paesi in via di sviluppo e le economie in transizione ad aderire potenzialmente all’adozione di obiettivi vincolanti di riduzione dell’emissione. La progressiva inclusione dei Paesi non compresi nell’Annesso 1 potrebbe essere facilitata attraverso la promozione di sub-accordi regionali all’interno di un protocollo di Kyoto rivisto;
  4. Smantellare i sussidi pubblici diretti e indiretti per i combustibili fossili e operativamente promuovere l’impiego di energia rinnovabile e l’efficienza energetica nel portafoglio operativo delle agenzie bilaterali e multilaterali;
  5. Dare maggiore efficacia alle azioni mitigatrici della Global Environmental Facility assicurando la coerenza tra le politiche multilaterali e bilaterali sui cambiamenti climatici;
  6. Obbligare le istituzioni finanziarie internazionali e le Agenzie di credito alle esportazioni a tenere una contabilità diretta e indiretta delle emissioni di gas serra associate con tutti i progetti e le attività;
  7. Esortare il G8 Renewable Task Force a stabilire obiettivi misurabili e verificabili con lo scopo di offrire energia rinnovabile sostenibile, sul piano sociale e ambientale, a un miliardo di persone povere dei Paesi in via di sviluppo e a mezzo miliardo nei Paesi industrializzati e in transizione per il 2010 e identificare gli strumenti finanziari necessari a fornire a due miliardi di persone povere, attualmente senza accesso alle fonti energetiche, energia rinnovabile per il 2015.


JOHANNESBURG 2002: VERTICE MONDIALE SULLO SVILUPPO SOSTENIBILE
Coscienti del fallimento degli Stati Membri del G8 nel concretizzare gli impegni presi nel 1992 con l’accordo di Rio, riteniamo che la sostenibilità del modello di sviluppo dominante sia contro i limiti dettati dalla natura e crediamo necessario adottare coerentemente i seguenti cinque principi come essenziali per raggiungere lo sviluppo sostenibile:

  1. L’azione umana deve rispettare i limiti della capacità di tolleranza dell’ecosfera;
  2. Il progresso tecnologico deve puntare a migliorare l’efficienza più che ad aumentare l’utilizzo di energia e di materie prime;
  3. Il tasso di consumo delle risorse non deve superare la loro capacità di rigenerazione;
  4. Le emissioni inquinanti non devono superare le capacità di assorbimento del sistema naturale;
  5. Le risorse rinnovabili devono essere utilizzate, entro i limiti della loro capacità, per riprodurne di nuove.

Le ONG raccomandano al G8 di adottare le seguenti misure:

  1. Implementare politiche nazionali ed internazionali orientate a:
    • Smantellare sovvenzioni ingiuste e promuovere investimenti ecologicamente e socialmente sostenibili previsti nell’Agenda 21;
    • Promuovere una riforma della ‘tassa ecologica’ orientata a fornire pieno e consistente valore alle risorse naturali;
    • Incrementare l’efficienza dei flussi energetici e di materie prime. I modelli di produzione e di consumo devono essere cambiati conseguentemente all’evoluzione dell’esistente e del realizzabile sviluppo tecnologico. Solo in questo modo sarà possibile ridurre l’utilizzo delle risorse di un fattore uguale o superiore a dieci e vivere in un ambiente migliore.
  2. Rafforzare l’impegno delle parti nel raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 21, inserendo in special modo l’integrazione di politiche ambientali con quelle di altri settori e la misurazione accurata del livello di sviluppo sostenibile;
  3. Orientare le politiche verso la sostenibilità con l’aiuto di migliori indicatori-guida deve diventare una priorità dei governi. I governi dei G8 devono considerare loro dovere la promozione dell’uso e dello sviluppo di misure alternative che tengano conto dell’intera gamma di problemi economici, sociali ed ambientali, e sostituire l’utilizzo del tasso di crescita del PIL come indicatore di sviluppo con altri più appropriati;
  4. Riconoscere il debito ecologico e sociale che i Paesi industrializzati possiedono nei confronti dei Paesi in via di sviluppo e inserirlo nelle negoziazioni riguardanti il debito economico;
  5. Rendere i regimi commerciali più compatibili e maggiormente funzionali ad accordi di sviluppo multilaterali, in modo da implementare efficacemente convenzioni chiave per l’ambiente e lo sviluppo;


Riforma ambientale delle Agenzie di credito all’esportazione (in inglese, ECA)
Tenendo in considerazione che, a differenza delle agenzie di sviluppo, molte Agenzie di credito alle esportazioni mancano di direttive e standard sociali e ambientali, e riconoscendo che i Paesi del G8 hanno giocato un ruolo nel promuovere l’adozione di principi ambientali in tutte le attività delle ECA negli ultimi tre anni, nello specifico al Summit di Trieste,

Le ONG chiedono ai capi di stato dei G8 di intensificare il loro impegno al summit di Genova per:

  1. Raggiungere un accordo tra le parti operative dell’ECG per la fine del 2001 che includa l’adozione da parte delle Agenzie di credito all’esportazione dei paesi membri dell’OCSE di standard comuni e vincolanti, e di direttive di alto livello internazionalmente riconosciute, sul modello di quelli adottati dall’Unione Europea, dalla International Finance Corporation del Gruppo Banca Mondiale e dalla Banca Europea per lo Sviluppo e la Ricostruzione;
  2. Verificare l’impatto sociale e sui diritti umani delle operazioni delle ECA nei Paesi in via di sviluppo e nelle economie in transizione, al fine di adottare per le ECA dei paesi membri del G8, entro il 2002, impegni comuni vincolanti e linee-guida sui diritti sociali ed umani, con l’intento di massimizzare l’impatto positivo di queste agenzie pubbliche di sostegno all’esportazione sullo sviluppo;
  3. Adottare misure comuni per le ECA del G8 destinate ad aumentare la trasparenza nei loro processi di decision making, incluso il pubblico accesso alle informazioni su aspetti ambientali, la pubblica consultazione, precedente all’approvazione di progetti, da parte di ONG nazionali ed internazionali e specialmente di comunità locali direttamente toccate dai progetti sostenuti dalle ECA;
  4. Spostare l’appoggio delle ECA del G8 da progetti dannosi ad attività sostenibili dal punto di vista ambientale e sociale (es. energia rinnovabile, efficienza energetica, progetti idrici su piccola scala).

 

 

 

 



Allegato.

 

L’esperienza della GNG-Initiative
La GNG Initiative
ha inteso favorire un Forum di dialogo e di discussione tra il G8 e il mondo non governativo, cogliendo l’opportunità che il vertice di Genova offre di discutere i temi di interesse globale.
La GNG Initiative è stata coordinata da quattro istituti di ricerca italiani:

  • il Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI),
  • l'Istituto di Affari Internazionali (IAI),
  • l'Istituto per la Cooperazione Economica Industriale e i problemi dello sviluppo (ICEPS).
  • l'Istituto per le relazioni tra l'Italia e i Paesi dell'Africa, America Latina e Medio Oriente (IPALMO)

I quattro istituti hanno svolto il ruolo di facilitatori del dialogo e hanno avviato un processo di consultazione con rappresentanze del mondo non governativo internazionale, in particolare dei paesi membri del G8. Il processo di consultazione è stato realizzato attraverso lo scambio di informazioni, confronto ed elaborazione congiunta di documenti al fine di articolare proposte costruttive, con raccomandazioni di orientamento politico, sui temi dell’agenda del G8, quale contributo specifico ai lavori del vertice di Genova.
Nel quadro della GNG Initiative è stato costituito uno Steering Committee
composto dai quattro istituti di ricerca e da una rappresentanza del mondo non governativo italiano.
La consultazione della GNG Initiative
è stata organizzata in quattro gruppi di lavoro, ciascuno dei quali coordinato da un istituto di ricerca, composto da diverse decine di esperti del mondo non governativo dei Paesi del G8. A loro volta, le reti delle numerose ONG coinvolte, sono state snodo di contatti e consultazioni di altre realtà non governative del Nord e del Sud del mondo.
I GNG Working Group hanno lavorato sulle tematiche seguenti:

  • Politiche di riduzione della povertà (coordinamento CeSPI)
  • Finance for Development. Riduzione del debito estero dei Paesi poveri (coordinamento ICEPS)
  • Governance internazionale e riforma dell'OMC.(Coordinamento IAI)
  • Ambiente e sviluppo sostenibile.(Coordinamento IPALMO)

Le principali attività previste dall'iniziativa sono state:

  • L'organizzazione di diversi seminari di lavoro nazionali ed internazionali, in Italia e all’estero;
  • La realizzazione di un convegno internazionale, tenuto a Firenze il 2 e 3 Aprile, a cui hanno partecipato esperti del mondo non governativo, policy makers dei Paesi G8 e rappresentanti degli organismi internazionali, sulle tematiche affrontate nei gruppi di lavoro.
  • La realizzazione di un Genoa Non-Governmental (GNG) Recommendations Report, qui presentato nella traduzione in italiano, corredato da quattro GNG Working Group Reports, consegnati nel mese di giugno al Presidente del Consiglio dei Ministri.
  • L'apertura di uno sito web che ha garantito la circolazione di informazioni, facilitando il processo di consultazione internazionale e di trasparenza all'iniziativa, e la realizzazione di un CD conclusivo dedicato alla GNG Initiative.

Steering Committee
Raffaella Bolini
(ARCI)
Gianfranco Bologna
(WWF-Italia)
Gilberto Bonalumi
(IPALMO)
Cecilia Brighi
(CGIL-CISL-UIL)
Fausto Capalbo
(ICEPS)
Luca De Fraia
(Campagna Sdebitarsi)
Paolo Guerrieri
(IAI)
Sergio Marelli
(Associazione ONG)
Francesco Martone
(Campagna per la riforma della Banca Mondiale)
Margherita Paolini
(Coordinamento GNG, Presidenza del Consiglio dei Ministri)
José Luis Rhi-Sausi
(CeSPI)

Coordinamento:
Marco Zupi, CeSPI

Segreteria:
Anna Maria Sideri, IPALMO
Anusha Kedhar
ipalmo@ipalmo.com

Gruppi di lavoro:
Poverty reduction strategies:
Marco Zupi,
CeSPI
Deborah Rezzoagli
cespi@flashnet.it

Finance for Development. Debt relief:
Ascensionato Carnà, ICEPS
Karl Giacinti,
iceps@iol.it

International Governance and WTO reform:
Isabella Falautano, IAI
Luca Bader
iai@iai.it

Environment and sustainable development:
Giancarlo Pasquini, IPALMO
Alessandra Filippini
ipalmo@ipalmo.com






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